Perché esistono i radioamatori?
Perché esistono e resistono ancora?
Dopo aver ascoltato per ore il rumore di fondo della mia radio, a caccia di stazioni POTA, cioè i segnali di uomini in vacanza tra boschi sperduti, mi è caduta, tra capo e collo, una tremenda domanda: «perché esistono ancora i radioamatori?»
Mi spiego: Perché, in pieno 21.mo secolo, ci sono ancora persone che non solo si gingillano con tecnologie spesso considerate obsolete (pensiamo, ad esempio, alle vecchie radio a valvole che si tirano fuori con grande orgoglio) e ci provano anche gusto?
Da questa domanda, ne è nata una riflessione a metà strada tra la «filosofia da bar» e «l'elogio della nostalgia analogica», che cercherà di spiegare, probabilmente in maniera incompleta e distratta, questo mistero dei nostri tempi...
Analizziamo il problema...
Inutile nasconderlo: è troppo evidente... Siamo nel ventunesimo secolo, negli anni '20 del nuovo millennio.
È un'epoca frenetica in cui se non rispondi a un messaggio su WhatsApp entro trenta secondi scatta il reato di «abbandono di persona». Abbiamo in tasca computer molto più potenti di quelli che hanno mandato l'uomo sulla Luna (ammesso e non concesso che ci si sia arrivati), apparecchi in grado di «videochiamare» un amico in Patagonia mentre ordiniamo il sushi dal divano.
Eppure, in questo preciso istante, da qualche parte nel mondo, c'è un essere umano che fissa lo schermo retroilluminato di una scatola di metallo e gira una manopola tra fruscii e schiocchi che sembrano tempeste extraterrestri e, di tanto in tanto, urla nel vuoto il suo CQ.
La domanda che spesso mi viene è: ma chi ce lo fa fare? Del resto, lo sappiamo da anni «una telefonata allunga la vita» come recitava quella vecchissima pubblicità ad un condannato a morte. Eppoi, una telefonata è comoda... Una chat è sicura... E allora, chi mi spiega perché spendere sabati sera invernali a montare fili di rame sul tetto sfidando il gelo e le ire del condominio? O il caldo del sole estivo del Salento montando una verticale con il rischio di beccarsi una insolazione? ![]()
Per tutto questo non credo possa trovarsi una risposta «tecnologica»... La risposta, cari amici e colleghi all'ascolto, se c'è, è solo e profondamente ed assurdamente «filosofica».
La nostra situazione attuale
Oggi siamo «iper-connessi» ma, nello stesso tempo, tutti disperatamente soli. Allo stesso tempo sappiamo tutto di tutti: mandiamo un vocale di sette minuti (un vero «sequestro di persona» mascherato da messaggio) a qualcuno di cui conosciamo già cosa a mangiato a pranzo o a cena grazie ai suoi post sui social... ed in tutto questo manca proprio il fattore più importante: la sorpresa dell’ignoto!
Al contrario, il radioamatore rifiuta questa «pappa pronta». La radio, per noi, diventa l'ultimo bastione del «romanticismo imprevedibile»: quando accendi un apparato HF, non sai con chi parlerai. Non c'è un algoritmo che ti suggerisce i «corrispondenti consigliati». Beh, in frequenza c'è solo la propagazione ionosferica: e, in quel momento, dipendi dal sole, dalle macchie solari, dal meteo. Parlare con un «pastore islandese» o con un «ingegnere di Tokyo» non dipende da un abbonamento in fibra ottica, da un server o da una funzione in qualche oscuro linguaggio di programmazione ma è soltanto un miracolo della fisica e del caso... un miracolo che abbiamo cercato noi, con le nostre mani ed anche con la nostra antenna artigianalmente costruita e montata sotto il sole.
Ma c'è dell'altro... Mi sono accorto che la nostra cultura odia l'attesa o le cose che non funzionano: se una pagina web impiega più di un secondo e mezzo a caricarsi, entriamo in crisi...
Il radioamatore, invece, è «diverso»: lui è un «asceta» della pazienza... Passa ore a girare su e giù il pomello della sintonia della sua radio, a filtrare il rumore di fondo (quel brusìo costante che per i profani è fastidioso ma per noi è il «respiro del cosmo»). Per me, e credo anche per tanti come me, c'è una bellezza quasi incommensurabile nel perdere tre ore per scambiare due parole in codice Morse con un tizio in Nuova Zelanda incontrato per la prima volta proprio su quella frequenza, eppoi concludere tutto con una cartolina di carta – la mitica «QSL» – spedita per posta tradizionale o con i pacchi del servizio Buro. Questa è una vera «celebrazione della lentezza»... È lo «Slow Food» della telecomunicazione!
E se tutto questo ancora non basta, voglio aggiungere un'altra, personalissima riflessione...
Viviamo in un periodo in cui ogni nostra ricerca su internet si trasforma, cinque minuti dopo, nella pubblicità di un plantare ortopedico sui social o nella promozione di qualcosa di totalmente inutile... al contrario, la radio è uno spazio di «tranquilla anarchia». Le onde radio e le frequenze sono di tutti e di nessuno. Qui non ci sono facebook, google, microsoft o altri a fare cassa con i nostri dati... non ci sono cookie da schivare, non ci sono scorrimenti infiniti di pagine che ti confondono il cervello. Nella radio c'è solo voce, etere, ingegno e passione.
Un'ultima domanda...
Ora mi pongo, e vi pongo, un'ultima, tremenda, domanda... i radioamatori, con la loro passione, stanno solo «perdendo tempo» dietro ad antenne e propagazione?
Beh, la risposta è «Certamente sì», se misuriamo il tempo con il metro della produttività capitalistica ma è «Certamente no», se lo misuriamo con il metro dell'anima.
Ritengo che, nell'era del virtuale e dell'immateriale, il radioamatore è il vero «artigiano dell'invisibile». È colui che ci ricorda che sotto la patina digitale dei nostri smartphone esiste ancora un mondo fatto di fisica, di onde che rimbalzano nel cielo e tra le pareti di una stanza e di esseri umani che, semplicemente, cercano di dirsi «Ci sono, sono qui, ti sento», bucando il rumore di fondo dell'universo.
E allora lunga vita a chi, ancora oggi, perde tempo dietro alle antenne! Perché quando il collasso della rete globale ci lascerà tutti muti a fissare schermi senza connessione, saremo gli unici a poter ancora lanciare i nostri CQ al mondo ![]()
Ed ora, l'episodio di questa pagina!
Siccome il mio sito si può anche ascoltare, aggiungo qui l'episodio 84 del mio podcast, pubblicato sul mio canale di Spreaker.com:
Ascolta "Episodio 84: perché esistono ancora i radioamatori?" su Spreaker.
ed anche sul mio canale YouTube, nella giusta playlist: